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Il progetto ha lo scopo di creare nei giovani in formazione scolastica o professionale familiarità̀ verso i beni culturali come democraticamente appartenenti a tutti e renderli ambasciatori di un patrimonio che va preservato. Gli studenti, grazie alla guida di mediatori che affiancano gli insegnanti, entrano in contatto con le presenze artistiche e naturalistiche del territorio, le selezionano secondo le loro preferenze e attitudini, li studiano e condividono la ricerca assumendo il ruolo...

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Creazione a chilometro zero di cannucce in paglia, stimolando in chiave moderna la lavorazione della paglia tradizionale in Valle Onsernone. Le cannucce in plastica stanno oggi producendo un grande impatto sul nostro ambiente. Per questo motivo molte aziende internazionali stanno iniziando la produzione di cannucce biodegradabili. Su questa strada noi vogliamo rilanciare la cannuccia in paglia di segale, visto che nella Valle Onsernone questo cereale è stato per secoli la pianta che con le...

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Di Aixa Andreetta

È tempo di considerare la cultura non solo come qualcosa di secondario, ma qualcosa che è parte fondamentale del nostro benessere alla pari dello sport o di altre attività ricreative che sono da sempre meno oggetto di controverse discussioni in termini di utilità e possibili finanziamenti.

Il patrimonio non solo va preservato ma incrementato e reinvestito. Se guardiamo i dati sugli ingressi ai musei, notiamo che la lunghezza delle code è inversamente proporzionale alla qualità dell’esperienza. Il rischio è però quello di trasformarci (definitivamente) in un parco divertimenti dove il tipico, il locale, l’eccellenza sono dimensioni soggette a una paradossale inversione dei fini: da elementi di peculiarità e di “verità” dell’offerta a rappresentazione sempre più “plastificata” di una domanda segmentata in senso industriale.

E questo con riflessi negativi non solo in sede di conservazione e di gestione dei beni culturali in sé, ma di qualità della loro fruizione: tutti cerchiamo di incorporare il famoso “esperienziale” nelle catene di produzione del valore. È davvero sempre sensato?

Come uscirne senza togliere allo spettatore l'emozione di scoprire e di assaporare la cultura ? Una strada, tutto sommato ben tracciata ma ancora poco percorsa, consiste nel ricomporre la dimensione culturale come innovazione del welfare, mutando a tal fine sia i due termini della questione (che cos’è cultura e cosa significa protezione sociale) che le loro connessioni. La cultura è (o potrebbe essere) un formidabile condensatore di coesione sociale perché da un evento, uno scavo, una performance si possono innescare processi di costruzione di comunità, cambiando le regole d’ingaggio in senso più aperto e inclusivo. Inoltre la cultura svolge (o può svolgere) un ruolo complementare rispetto a modelli di servizio sociale, sanitario, educativo spesso vittime di routine burocratiche che ne minano l’efficacia rispetto a un quadro di bisogni non solo ampliato ma fortemente mutato al suo interno.

La sfida consiste in una rivoluzione dei modelli di servizio che si definiscono “di pubblica utilità” e delle loro economie, uscendo da una logica prestazionale iper specialistica ed educando invece competenze orizzontali, verosimilmente improntati sulla coproduzione. Ecco quindi che è necessaria una revisione profonda della formazione professionale e dei contratti di lavoro per immettere (o rigenerare) le competenze di una nuova generazione di operatori dell’esperienziale: capaci di fare comunità amplificando le loro capacità connettive nei rapporti personali, nei contesti digitali e tra locale e globale.

La seconda sfida richiede invece un passaggio, altrettanto epocale, nell’impostazione dell’economia pubblica passando dalla sola redistribuzione centralizzata (e poco conta che il centro sia rappresentato dalla capitale o da un piccolo comune) a una logica di investimento orientato, attingendo a una platea composta non solo di attori istituzionali da ricompensare con un qualche “bonus”, ma una più ampia gamma di persone attratta da nuovi modelli di fruizione, consumo e ben-vivere. In sintesi l’impatto sociale che fa da “pesce pilota” per l’allocazione di risorse che si sanno, almeno in parte, rigenerare. Un po’ come se il patrimonio culturale, diventasse una fonte affermata e riconosciuta dove la  cura e i benefici, fossero alla pari del principale ambito di svago nel nostro paese che è lo sport.

Di Eva Carlevaro

Patrimonio per tutti! Così è stato denominato il concorso di idee indetto dall’Ufficio federale della cultura in occasione dell’anno europeo della cultura 2018.

Patrimonio per tutti! Patrimonio archeologico, patrimonio culturale immateriale, patrimonio mondiale!! Evviva! Lavorando in ambito culturale ed essendo socia di numerose associazioni attive nella tutela e nella salvaguardia del patrimonio culturale questa iniziativa mi rallegra! Nuove idee per apprezzare, comunicare e conoscere il nostro patrimonio sono sicuramente le benvenute. 

Tuttavia mi sorge una domanda… se esco dai miei “canali culturali” abituali e utilizzo la rete per vedere come viene recepito il patrimonio culturale in internet, cosa troverò? E soprattutto, ci sono differenze tra le varie regioni linguistiche?

Beh, facendo una breve ricerca su internet ho avuto una sorpresa. “Googelando” i termini patrimonio culturale e Svizzera, in italiano, mi appaiono 305'000 risultati, in tedesco Kulturerbe Schweiz è collegato a 281'000 siti, in francese patrimoine culturel e Suisse ne contrassegna ben 528'000 e in romancio si possono trovare 37'000 pagine internet. Quindi, se teniamo conto che il 63 % della popolazione in Svizzera parla tedesco, il 22 % parla francese, l’8 % italiano e lo 0,5 % parla romancio, ne risulta che i “romanci” e gli italofoni sono proporzionalmente più sensibili alla tematica del patrimonio culturale? Mi viene un dubbio e ripeto la ricerca su di un computer impostato sulla lingua tedesca, magari il mio computer “italofono” è di parte…e invece… anche in un browser “tedesco” il numero di siti trovati per lingua rimane più o meno invariato.

E quindi? Si tratta solo di una differenza di numero o i siti si distinguono anche per i contenuti? A prima vista sembrerebbe solo una questione di numero: in tutte le lingue il tema maggiormente trattato è l’anno della cultura 2018 e la partecipazione del nostro paese alla manifestazione (gli amministratori di questa pagina internet possono ritenersi soddisfatti). Un secondo indirizzo che appare in tutte le lingue è quello dell’Amministrazione federale e delle associazioni attive nella tutela del patrimonio culturale, in terza posizione troviamo il sito dell’Unesco. Guardando però un po’ più attentamente emergono alcune differenze che riguardano le tematiche trattate.

I romandi e i “romanci” sfruttano molto il marchio Unesco e quello del patrimonio culturale immateriale per pubblicizzare siti e percorsi turistici. Il riconoscimento viene utilizzato in maniera positiva dalle località turistiche per sottolineare l’importanza, l’interesse e il valore dei luoghi e per invogliare i possibili visitatori. Ma anche i gruppi locali che si occupano della protezione del patrimonio regionale appaiono fin dalle prime pagine della ricerca.

Le pagine in italiano presentano le stesse caratteristiche di quelle in francese e in romancio: tra i primi siti trovati appaiono quello dell’anno della cultura 2018, ma anche quelli di progetti di ricerca, enti e associazioni locali che operano nell’ambito della tutela del patrimonio culturale. A questi temi si aggiunge la problematica dei beni trafugati dall’Italia che arrivano in Svizzera per essere rivenduti.

E nei siti in tedesco? Accanto ai siti ufficiali menzionati sopra, ampio spazio viene dato alle notizie dell’attualità, per esempio al carnevale di Basilea da poco entrato a far parte della lista del patrimonio immateriale dell’Unesco. A differenza dei siti della Svizzera francese, però, sembra che il termine patrimonio culturale venga utilizzato meno attivamente dalle località per farsi conoscere, bisogna infatti sfogliare alcune pagine prima di trovarli e anche le associazioni e i gruppi locali sono meno in evidenza.

Certamente per ottenere dei risultati attendibili da questo tipo di ricerca bisognerebbe compiere uno studio più approfondito. È chiaro che i motivi che stanno alla base di queste differenze possono essere di svariata natura (il francese ad esempio è una delle lingue ufficiali dell’Unesco, questo potrebbe comportare l’elevato numero di siti internet in questa lingua, oppure questo divario potrebbe anche essere dovuto al logaritmo o ai filtri utilizzati dal motore di ricerca).

A conclusione della mia piccola statistica qualitativa, ben inteso, non quantitativa, mi accorgo che per la sensibilizzazione e la partecipazione alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale elvetico rimane ancora molto da fare. I siti internet che citano il patrimonio culturale svizzero e la loro frequenza presentano delle evidenti differenze e queste disuguaglianze dovrebbero far riflettere sul modo di utilizzare la rete per valorizzare il nostro patrimonio nelle varie regioni linguistiche.

 

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