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La cultura come fattore di benessere

Veröffentlicht von Patrimonio per tutti vor 2 Wochen Veröffentlicht in Italiano

Di Aixa Andreetta

È tempo di considerare la cultura non solo come qualcosa di secondario, ma qualcosa che è parte fondamentale del nostro benessere alla pari dello sport o di altre attività ricreative che sono da sempre meno oggetto di controverse discussioni in termini di utilità e possibili finanziamenti.

Il patrimonio non solo va preservato ma incrementato e reinvestito. Se guardiamo i dati sugli ingressi ai musei, notiamo che la lunghezza delle code è inversamente proporzionale alla qualità dell’esperienza. Il rischio è però quello di trasformarci (definitivamente) in un parco divertimenti dove il tipico, il locale, l’eccellenza sono dimensioni soggette a una paradossale inversione dei fini: da elementi di peculiarità e di “verità” dell’offerta a rappresentazione sempre più “plastificata” di una domanda segmentata in senso industriale.

E questo con riflessi negativi non solo in sede di conservazione e di gestione dei beni culturali in sé, ma di qualità della loro fruizione: tutti cerchiamo di incorporare il famoso “esperienziale” nelle catene di produzione del valore. È davvero sempre sensato?

Come uscirne senza togliere allo spettatore l'emozione di scoprire e di assaporare la cultura ? Una strada, tutto sommato ben tracciata ma ancora poco percorsa, consiste nel ricomporre la dimensione culturale come innovazione del welfare, mutando a tal fine sia i due termini della questione (che cos’è cultura e cosa significa protezione sociale) che le loro connessioni. La cultura è (o potrebbe essere) un formidabile condensatore di coesione sociale perché da un evento, uno scavo, una performance si possono innescare processi di costruzione di comunità, cambiando le regole d’ingaggio in senso più aperto e inclusivo. Inoltre la cultura svolge (o può svolgere) un ruolo complementare rispetto a modelli di servizio sociale, sanitario, educativo spesso vittime di routine burocratiche che ne minano l’efficacia rispetto a un quadro di bisogni non solo ampliato ma fortemente mutato al suo interno.

La sfida consiste in una rivoluzione dei modelli di servizio che si definiscono “di pubblica utilità” e delle loro economie, uscendo da una logica prestazionale iper specialistica ed educando invece competenze orizzontali, verosimilmente improntati sulla coproduzione. Ecco quindi che è necessaria una revisione profonda della formazione professionale e dei contratti di lavoro per immettere (o rigenerare) le competenze di una nuova generazione di operatori dell’esperienziale: capaci di fare comunità amplificando le loro capacità connettive nei rapporti personali, nei contesti digitali e tra locale e globale.

La seconda sfida richiede invece un passaggio, altrettanto epocale, nell’impostazione dell’economia pubblica passando dalla sola redistribuzione centralizzata (e poco conta che il centro sia rappresentato dalla capitale o da un piccolo comune) a una logica di investimento orientato, attingendo a una platea composta non solo di attori istituzionali da ricompensare con un qualche “bonus”, ma una più ampia gamma di persone attratta da nuovi modelli di fruizione, consumo e ben-vivere. In sintesi l’impatto sociale che fa da “pesce pilota” per l’allocazione di risorse che si sanno, almeno in parte, rigenerare. Un po’ come se il patrimonio culturale, diventasse una fonte affermata e riconosciuta dove la  cura e i benefici, fossero alla pari del principale ambito di svago nel nostro paese che è lo sport.

Dieser Beitrag wurde bearbeitet am Apr 5, 2018 von Linus Pfrunder

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